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ilVisionario
A volte capita che si abbia qualcosa da dire...


Diario


11 febbraio 2008

Ho messo il pilota automatico

Non è che sono sparito, è solo una questione di tempo. Ne ho poco e quel poco me lo tengo per me, gelosamente per fare quello che mi riesce meglio, cioè niente. Ho paura che le cose andranno così d’ora in poi. Il lavoro ti assorbe un sacco di tempo e, quel che è peggio, ti succhia un sacco di energie. Poi aumentano anche le responsabilità e così ti dicono che devi progettare quella tal cosa, che la vogliono tassativamente entro dieci mesi, che non si può sbagliare perché è urgente, è critico, è necessario. E allora pianifichi, definisci, analizzi, ma qualcosa ti sfuggirà sempre, qualcosa non funzionerà al primo colpo, qualcosa andava progettato diversamente, a pensarci bene. Capita allora che sei fottuto, sei fottuto quando poi la sera vai a dormire con in testa ancora il progetto e nel dormiveglia pensi alle azioni correttive, alle attività da iniziare e chiudere, alle soluzioni tecniche da adottare, ai documenti da preparare. Forse a fine mese sarò in Inghilterra, sicuramente in Svizzera a metà Marzo. Non che mi dispiace, insomma, un po’ me lo immaginavi così quando sgobbavo all’università, essere direttamente responsabile di qualcosa, poter operare delle scelte è sicuramente più interessante di sentirsi dire cosa fare. Certo, però hai molte più responsabilità e molto spesso il lavoro ti rimane in testa e te lo porti a casa la sera. Sto trascurando un po’ la mia casetta, sono svogliato, la sera esausto accendo il PC e mi perdo in un giochetto e non faccio altro, mi aiuta a staccare completamente da tutti i pensieri della vita reale. È uno di quei periodi in cui ho inserito il pilota automatico che si occupa di garantire le funzioni primarie, come respirare, mangiare, parlare in modo coerente, dormire, scaccolarsi, lavorare, tutto in automatico: la mattina mi alza e la sera mi mette a letto. Ogni tanto la parte impulsiva, viva, cosciente di me ha un sobbalzo, sembra protestare, sembra esigere di nuovo il comando e allora la distraggo furbamente con un dolcetto, un video porno su internet o la promessa che nella prossima vita lascerò fare tutto a lei.





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28 gennaio 2008

Piccoli segnali

Ci sono, a volte, dei piccoli segnali che il tuo corpo ti manda. Ed ecco che tre giorni dopo aver compiuto i fatidici trent’anni mi ammalo. Coincidenze? Primi evidenti segnali di disfacimento psicofisico? Sarà. Intanto è già un dato di fatto che con un pallone tra i piedi non riesco più a fare quello che facevo a vent’anni quando un difensore rimaneva a chiedersi dove ero passato mentre già pensavo a saltare il prossimo. Adesso, bene che vada, gli chiede se gentilmente può spostarsi che dovrei passare. Piccoli segnali. Il fisico regge ancora, bello asciutto, le gambe ben definite, un sedere che piace alla gente che piace, come era per la Y10. Tantè che qualche mese fa una signora che lavora da noi, con la quale ho sviluppato una certa confidenza, mi ha chiamato in disparte dicendomi che doveva assolutamente dirmi una cosa. Cosa? Le ho chiesto. Ma lo sai che hai proprio un bel sedere? Mi ha detto ed è seguito un silenzio imbarazzante… poi ho commentato il tempo, quel giorno faceva freddo, o caldo, non ricordo. Fatto sta che comunque giovedì scorso sono tornato a casa con la testa grande come un pallone aerostatico, ho ordinato una pizza perché di preparami il risotto (come da pianificazione settimanale!) non ne avevo le forze. Dopo la pizza mi sono messo a letto e mi sono svegliato alle quattro tutto sudato e convinto che durante la notte mi avessero trasportato nel freezer di capitan findus. Venerdì non sono andato a lavorare e all’una ero a casa dei miei, dopo essermi fatto un ora di macchina rigido come un pinguino imbalsamato. Finalmente a casa dei mie ho misurato la febbre e il fatto che avessi trentotto e due mi ha fatto capire perché poco prima non avevo sorriso al casellante. Il mio primo weekend da trentenne l’ho passato in tuta, sul divano avvolto in un plaid. Ne ho ricavato alcune importanti conferme, la prima è che la televisione italiana è ormai un insieme di programmi inguardabili e fastidiosi e piuttosto leggo un buon libro o mi scaccolo. La seconda è che mia madre fa delle ottime crostate, anche se entrambi non abbiamo capito di cosa l’ha fatta visto che l’unica marmellata in casa l’aveva portata mia sorella e aveva l’etichetta solo in inglese. Anzi, adesso vado a vedere finalmente cosa sono i gooseberry!... uhm, uva spina?! Vabbè, comunque era buona e la crostata me la sono finita. Comunque, sarà stata la crestata o il caldo del plaid, domenica ero guarito ed eccomi qua, lunedì, si riparte, tutti al lavoro! Ma a dirla tutta la testa è già a quando uscirò da questa gabbia di matti e correrò a casa dove, stando agli accordi, dovrei ricevere la visita a domicilio di una focosa bionda. La guarigione non si potrà dire conclusa fino ad allora.




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21 gennaio 2008

Un piccole, semplice regalo

Il suo collo era così bianco che mentre lei parlava non potevo fare a meno di non ascoltarla. Dovevo semplicemente toccare quella nuda nuca. Mentre lasciavo che le mie dita massaggiassero la sua tenera pelle non potevo fare a meno di ringraziare quel fermaglio rosa che sosteneva i suoi capelli in modo così tenace. Era lui, in fondo, a spogliarla definitivamente. Ammiravo perso quel confine indefinito tra i suoi capelli e il nudo rossore del collo. Guardavo stupido la semplice vita che contraeva quei muscoli così dolci, così minuti, così fragili lasciati là, tra le mie mani, screpolate e ruvide. Tra i miei pollici che adesso massaggiavano l’aria che il suo respiro mandava giù, verso quel petto che mi affrettavo a percorrere per non perdere nulla di quel respiro. Non potevo neppure fare a meno di ringraziare l’acqua calda che ci accoglieva in quella vasca stretta, che ci costringeva a stare l’uno sull’altro, petto contro schiena, dopo l’amore. Lei parlava ma io la ascoltavo appena, ma non perché fossi altrove, anzi, ero forse troppo là, fisso su quel collo, là davanti a me, dolce, fragile e delicato. Un collo che diventava femminile tra le mani di un uomo. Ci sono momenti speciali in giornate speciali che ti rimangono impressi nella mente ben più nitidi di altri. A volte capita, inspiegabilmente, che non siano i momenti che uno potrebbe considerare più intensi, come durante l’amore. A volte capita che siano quelli della quiete, subito dopo. A volte capita che la fragile bellezza del collo nudo di una donna ti colpisca più di ogni altra cosa ed allora sai che di quel giorno, per quanto pieno, per quanto intenso, per quanto folle, tu conserverai quella sola immagine. Penso dunque che, di questo giorno così speciale per me, ricorderò per sempre il candore dolce di quella pelle. Penso che, anche se lei non lo sa, sia il regalo più bello che mi abbia fatto.




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14 gennaio 2008

Lasciatemi sfogare!

C’è da chiedersi ogni tanto se era proprio così che la immaginavi. E intanto il mondo gira al contrario, Napoli sembra il terzo mondo ed invece è Italia, abbiamo un governo di sinistra che riesce a fare peggio di quello di destra ma nessuno protesta, tutti sono occupati a chiedersi se Carla Bruni si sposerà, si sposa, è incinta, no, è solo grassa, poveretta. Io invece mi chiedo perché lei è in vacanza in Egitto e io mi alzo alle sette ogni mattina cinque giorni alla settimana per otto ore di lavoro e nessuno mi porta in vacanza in Egitto e mi regala un anello che vale come la macchina che devo ancora finire di pagare. Poi penso che l’uomo sono io e l’anello dovrei comprarlo io e allora forse è il caso che corra a vendere la macchina per andare a comprarlo. Insomma, a volte ho una grande confusione in testa, ma è solo perché, in fondo, non me la immaginavo proprio così, la vita intendo. Che non sarebbe stata tutta rose e fiori forse lo avevo intuito, è solo che da ragazzino ci speri, che ne so, di inciampare per esempio nella formula per ricavare energia dall’acqua, di scrivere il romanzo perfetto, di vincere al superenalotto, insomma speri che un evento che neanche immagini venga a salvarti dalla grigia, insopportabile, avvilente monotonia dell’anonimato. Ed invece è tutto uguale, sveglia alle sette, otto ore di stressante lavoro, poi palestra il lunedì, corso di tromba il martedì, partita di calcetto il mercoledì, trombatina con l’amante il giovedì, allenamento il venerdì, serata il sabato, domenica si riposa e poi via tutto d’un fiato si ricomincia, lunedì, martedì, mercoledì… uno dopo l’altro e il tempo passa, le settimane si alternano ai mesi, quindi agli anni e speri sempre che sarai tu a scoprire la cura del cancro o che il romanzo che hai in testa da una vita, ma che sei troppo pigro per scrivere, si materializzi nel tuo PC in una cartella dal nome “questo romanzo ti renderà ricco famoso e eternamente giovane”, ed intanto gli anni passano. Quella che si perde, in mezzo, è la voglia. Ma la speranza no, almeno quella, che se poi sparisce pure lei allora davvero non c’è molto altro da fare. Lasciatemi almeno la speranza di poter dimenticare tutti i miei pensieri, quando voglio, semplicemente infilandomi un dito nel naso.

(La foto è quello che si vede da casa mia, se apri l'abbaino, prendi una sedia e cacci la testa fuori...)




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3 gennaio 2008

Proposito per il nuovo anno

Tornare a lavorare dopo le ferie è un po’ come vincere al superenalotto ed accorgersi di non aver giocato la schedina. Approposito, come proposito per il nuovo anno ho quello di giocare regolarmente al superenalotto. La trovo un’ottima forma di investimento a tempo perso. Ieri ho giocato la mia prima schedina. Ho selezionato i numeri con accurati sistemi tecnico-scientifici. Ho già promesso a due amici che se vinco almeno 20 milioni regalo un milione a testa, mi dispiacerebbe deluderli, credono in me. Beh, insomma, ieri ero fuori a cena con la famigliola riunita per festeggiare il compleanno di mia madre e devo ammettere che ogni tanto pensavo che nel frattempo stavano estraendo i numeri e forse io ero già multimilionario senza saperlo, seduto lì a tagliare la mia tagliata, a bere il mio vino e a trattenermi dallo scaccolarmi. Il giorno dopo sarei andato a comprarmi la casa dei miei sogni, a comprare una ferrari, a scegliere la barca per il giro del mondo e le dodici fotomodelle disinibite che avrebbero fatto da equipaggio… Errore da principiante, pensare di vincere al primo colpo. Così la dea bendata mi ha punito, e se è vero che la prima cosa che ho fatto appena arrivato a casa è stata consultare il televideo, è anche vero che, su 12 numeri selezionati con metodi tecnico-scientifici, non ne ho azzeccato neanche uno… Vabbè, ho pensato, domani mi tocca proprio andare a lavorare. Peccato, l’idea di diventare ricco mi piaceva. Non mi resta che continuare a giocare.




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17 dicembre 2007

Io il caffè lo bevo sempre così

Che sarebbe andata a finire così c’era da aspettarselo. Eppure non provo alcun senso di rivalsa, anzi, mi dispiace. Sarà perché una donna che spinge una carrozzina fa sempre un certo effetto, sarà perché, in fondo, sapevo che anche tra me e lei sarebbe andata a finire allo stesso modo ancor prima di iniziare. Sapevo che dopo si era sposata, sapevo che aspettava un figlio. Ammetto che però quando qualche mese fa l’ho vista passare spingendo quella carrozzina non ho potuto fare a meno di pensare a quel giorno in quella casa, ormai quasi quattro anni fa. Beh, insomma, non sono cose che si dimenticano quelle, non sono cose che capitano tutti i giorni. La seconda cosa che ho pensato, vedendola con quel figlio e un uomo che le camminava accanto è stata, Almeno sembrano una famiglia felice! Che non è poca cosa di questi tempi. Ci siamo guardati da lontano, era molto che non ci incrociavamo. Lei ha accennato un sorriso, io ho accennato un gesto con la mano, lei mi ha risposto, poi ognuno per la sua strada. Mentre nella mia testa ripensavo a quella giornata, Ti va un caffè, Certo, Lo metto su, Ok, vado in bagno un attimo, mi ha detto. Io intanto armeggiavo con la caffettiera, accendevo il gas. Ci frequentavamo da poco e lei aveva la rara capacità di farmi eccitare con uno sguardo. La cosa divertente delle coincidenze è che magari per anni non ti incroci neanche per sbaglio e poi in due mesi ti vedi, per caso, in centro almeno tre volte. Così qualche settimana dopo l’ho incrociata di nuovo, stessa scena, lei, la carrozzina e un uomo, che, a dirla tutta, non mi sembrava proprio lo stesso dell’altra volta, ma si sa, io sono distratto, figurati. Ci guardiamo di nuovo, di nuovo un sorriso, un cenno con la mano da lontano. Ed io continuo a pensare a quel giorno, alla fiamma sotto al caffè, ai rumori della porta del bagno che si apre, ad io che mi giro e me la trovo davanti. Un minuscolo perizoma nero, un reggiseno striminzito, autoreggenti nere e stivali in pelle fino al ginocchio. Io il caffè lo bevo sempre così, mi ha detto. E sembrava un film. Qualche settimana dopo la nostra brevissima avventura era già finita ma quel caffè insieme non lo avrei mai dimenticato. Mi faceva piacere vedere che, nonostante il tempo passato, nonostante il modo burrascoso con il quale ci eravamo lasciati, nonostante avesse accanto un uomo, nonostante potesse fare finta di non vedermi, mi salutava. Così glielo detto, le ho scritto un messaggino. Perché non dovrei? Mi ha risposto, Ti vedo felice, mi fa piacere, le ho detto allora, Si sto bene! Complimenti per tuo figlio, ho continuato. Grazie, è la cosa più importante della mia vita, anche se la storia con mio marito è finita... La notizia non mi ha affatto sorpreso: conoscendo la persona, il suo modo di comportarsi e tutto quello che mi aveva fatto passare non ho potuto fare a meno di pensare che me lo aspettavo che sarebbe finita così. Magra ed inutile consolazione per come si era comportata con me.




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11 dicembre 2007

Io odio il freddo

Io odio il freddo. Credo che sia qualcosa di genetico e penso che se mi facessero il test del Dna troverebbero il gene dell’odio del freddo accanto a quello dell’enormemente dotato e del bastardo-scaccolatore-compulsivo-iterativo. D'altronde basta una semplice analisi dei miei antenati più recenti, i miei genitori, i miei nonni e i nonni dei miei nonni per accorgermi che col freddo non si sono mai dati molto del tu. Peccato che poi io sia nato e viva nel profondo Nord. Scherzi del destino. Beh, insomma io odio il freddo. Vivo in una casa talmente piccola che se faccio una puzzetta la temperatura sale anche di mezzo grado (dipende da cosa ho mangiato) però odio quando la sera mi infilo nel letto e devo stare rannicchiato ad alitare sotto le coperte aspettando di riprendere sensibilità ai piedi. Lo odio. Dopo attenta analisi ho elaborato un piano d’azione e ho deciso di avvalermi delle più alte tecnologie presenti sul mercato, insomma la borsa dell’acqua calda è stata una splendida scoperta. Anzi, credo che sia stato un secondo amorevole incontro visto che ho delle immagini antichissime di mia madre che armeggia con una grande (ma forse ero io piccolo) borsa dell’acqua calda rosa che poi è però sparita, chissà dove, persa nei miei ricordi… fatto sta che dopo, averne ricevuta una nuova dalla mia insaziabile amante, ieri sera l’ho finalmente riempita d’acqua bollente ed infilata sotto le coperte. Quello che ne è scaturito è stato piacere. Io e la borsa abbiamo intenzione di passare insieme anche le prossime fredde notti, abbracciati come due teneri amanti. So che è lì che mi aspetta, mentre sono al lavoro, mentre gioco a calcio, lei è lì che mi aspetta, paziente e premurosa. Perfino adesso che vi sto scrivendo, lei è lì e forse mi sta pensando.




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2 dicembre 2007

Regali di Natale

Ho la pelle delle mani screpolata, le unghie dei piedi lunghe e la barba incolta. Ho bisogno di dedicarmi un po’ di tempo, anche se poi lo passo regolarmente con un dito nel naso. Questo weekend come più o meno ogni weekend sono tornato a casa dai miei, nella città dove sono nato. È proprio vero, meno ti vedi e migliori sono i rapporti, te lo dice uno che l’ultimo anno trascorso in questa casa ringraziava ogni sera il Signore per non avere il porto d’armi e poi si metteva a dormire. Adesso con mia madre è un bel po’ che non litigo. Non ce n’è l’occasione, tutto qua, non è che siamo cambiati noi. Per esempio ci sono delle cose di cui non ho mai parlato in casa se non sotto tortura. Le donne, tanto per dirne una. Per mia madre è sempre stato un mistero cosa facessi con il mio cicciolo, solo o in compagnia che fossi. In effetti, a ben vedere, ha conosciuto solo due delle ragazze che ho frequentato nelle mie brevi e mai intense relazioni. Beh, mi ricordo di Viola Della Montagna che abbiamo ospitato da noi per un weekend. Ricordo il mio imbarazzo a tavola con i miei, mio padre che la guarda e le da del “Lei” anche se avevamo poco più di vent’anni. Poi Monica La Pazza, ricordo che un sabato pomeriggio noi due abbiamo accompagnato mia madre al casinò per guardarla perdere 100 euro alle slot machine. Poi ci sono tutte quelle che non ha mai conosciuto ma delle quale, via via, intuiva la presenza, perché si sa, insomma, la mamma e la mamma e certe cose le capisce. E se poi trova i preservativi nel tuo cassetto ci arriva anche prima… maledetto il giorno in cui li ho lasciati là. Comunque insomma, se poi regolarmente le dicevo che andavo a trovare un amico a Vattelapesca e che tornavo il giorno dopo, lei mi guardava sorridendo e mi diceva, E dai, come si chiama questo tuo amico? Elena? Luisa? Anna? Ed io negavo a testa bassa perché la regola numero uno è, Nega anche l’evidenza, sempre! E così partivo con mia madre che mi diceva, Tanto sai come va a finire, tra tre mesi ti stufi e la molli. Insomma magari non erano tre mesi, ma poi mi stufavo e ci mollavamo. Tutto secondo copione. Mia madre a dirmi, Io te lo avevo detto! Io a ripetere, coerente con la prima regola, cosa? Guarda che non avevo nessuna ragazza! Beh, insomma, adesso che passo buona parte della settimana in un’altra città ne sa ancora meno e l’altro giorno mi guardava strano. Posso farti una domanda senza che ti arrabbi, mi ha chiesto. Se sai che mi arrabbio allora non farmela, è meglio. Silenzio. Ed io te la faccio lo stesso, ha concluso. Dimmi. Ma tu, con le donne, ci vai? L'ho guardata per un po’ e le ho detto che se ce n’era l’occasione volentieri. No perché, insomma ormai è più di un anno che di te non so nulla, non mi dici nulla, insomma, so solo che esci con gli amici, cioè, ma le donne ti piacciono? Dove vuoi arrivare mamma? No, cioè, sai che con noi ne puoi parlare, se hai qualche problema. Tipo? Ormai ero incuriosito. Beh, se ce lo dici poi noi ti facciamo curare, non sarai mica gay? Ora, a parte che stavo per riderle in faccia, a parte che stavo per risponderle di Si solo per vedere la sua espressione, a parte che ero veramente curioso di sapere a quale tipo di cura sarei stato sottoposto per guarire la mia presunta omosessualità, a parte tutto questo, non è che potevo dirle, Mamma, tranquilla, da quasi un anno frequento una donna sposata. No, non me la sono sentita. Ora ho paura che a Natale mia madre mi regali un boa di struzzo e una truss di Pupa.




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27 novembre 2007

Cornetto all'italiana

Ieri dovevamo fare l’amore e invece nulla. Abbiamo rimandato a mercoledì. È un po’ un casino, io il mercoledì ho la partita di calcetto, ma è sul tardi, prima, si è deciso, faremo l’amore. Come dopo mi muoverò in campo lo scoprirò. Ieri è dovuta correre a prendere sua figlia non-ricordo-dove, per questo non è potuta venire da me dopo il lavoro. Ho controllato l’agenda di mio marito, mi ha detto, possiamo fare mercoledì, lui è di turno al lavoro. Che storia strana, il trucco, per me è non pensare a tutto il contorno se no mi sembra di essere dentro uno di quei film di Lino Banfi in cui lui sbuca in mutande e canottiera dall’armadio di qualche camera d’albergo all’urlo di “Madonna Benedetta!”. Quei film mi fanno morire dal ridere anche se adesso che ne sono il protagonista non è che sia poi così divertente. Il sistema per combattere i pensieri è semplice ed efficace ed è quello di tapparsi gli occhi per non vedere, tapparsi le orecchie per non sentire. Intanto il tempo passa e ci si abitua alle cose, e così a gennaio sarà un anno che scappiamo di nascosto dal lavoro per infilarci in qualche casa a fare l’amore senza troppe domande, senza grosse discussioni. Tutto qua, un po’ come in una commedia italiana anni ‘70. E i sentimenti? A volte penso di essere arido come il deserto del Gobi, certo provo affetto, mi affeziono, ci tengo, ma non parlatemi di amore perché io quella cosa lì lo vista in qualche film Hollywodiano e quelle due volte che mi ero quasi illuso di averlo provato non ho neanche fatto in tempo a tirare fuori lo champagne dal ghiaccio che tutto era già svanito. Puff! Forse è perché non ci credo. Forse è perché non ho cercato bene. Forse è perché sono fatto così. Ho deciso, un giorno quella benedetta bottiglia di champagne me la berrò da solo guardandomi un film di Lino Banfi in DVD, così almeno mi faccio quattro risate! Madonna Benedetta!!




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20 novembre 2007

C’è un pensiero che mi ronza per la testa

C’è un pensiero che mi ronza per la testa. Io ogni tanto cerco di afferrarlo ed è per quello e solo per quello che spesso mi infilo un dito nel naso. È un pensiero semplice, lineare, è quasi un assioma, una di quelle cose da prendere così come viene, senza star lì a discutere che tanto non ne ricavi granché. C’è stato un tempo in cui per dovere, per inesperienza, per follia non ci credevo. C’è stato un tempo in cui mi perdevo a sognare ad occhi aperti lì dov’ero. C’è stato un tempo in cui pensavo che tutto si sarebbe sistemato da se, Tanto poi mi laureo, Tanto poi me ne vado, Tanto poi a me va sempre bene, Tanto poi io mi innamoro, Tanto poi… e piano piano, poco a poco, il tempo passava, non è che sta fermo ad aspettarti. Ed eccomi adesso la sera a casa da solo, troppo stanco per pensare ad altro che non sia quel pensiero. Il dito nel naso scava ma non lo raggiunge e lui rimane un semplice sospiro leggero. Così mi accompagna mentre sono in doccia o faccio la fila per pagare la spesa, mentre gioco a calcetto o mentre faccio l’amore. Ormai mi sono abituato ad averlo con me, a tavola apparecchio per due e in auto gli allaccio la cintura. Nella mia vita di adesso accetto situazioni che non avrei mai accettato da ragazzino, allora me ne sarei andato sdegnato come solo io sapevo fare, sguardo deciso, duro e senza mai voltarmi, per l’uomo che non deve chiedere mai! Cazzo, ero così! E a volte mi incutevo rispetto da solo tanto da cedermi sempre il passo davanti ad una porta. Mio padre un giorno, tanti anni fa, quando io giocavo a fare il duro e lui si sedeva spento sul divano la sera, deluso forse da tante piccole cose e da un matrimonio invivibile, mi disse semplicemente, Crescendo imparerai che dovrai accettare dei compromessi nella vita. Quella frase è sempre rimasta nel mio cassetto delle frasi ad effetto, una delle poche dette da mio padre. Poi si cresce. Passa il tempo e quella frase trova il suo momento, la sua vita. Ed io capisco. E’ per quello che adesso c’è un pensiero che mi ronza nella testa e che ogni tanto la mattina mi sveglia e mi sussurro all’orecchio, Spesso le cose non vanno come avresti voluto tu e non c'è nulla che tu possa fare per cambiarle.




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